Cari fratelli e sorelle,
oggi la Parola di Dio ci mette davanti ad una domanda che riguarda tutti, ma che in questo momento sento rivolta in modo speciale a me: che cosa facciamo quando il Signore ci chiede di cambiare strada?
Nella prima lettura il Signore dice al suo popolo: «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”». È una frase forte. Eppure, se siamo sinceri, qualche volta lo abbiamo pensato anche noi. Quando succede qualcosa che non avevamo previsto, quando dobbiamo lasciare persone e luoghi che amiamo, quando la vita cambia i nostri programmi, ci viene da chiedere: “Signore, perché?”. Credo che possiamo portare a Dio anche questa domanda. Possiamo dirgli la verità di quello che sentiamo, e poi ascoltare che cosa ha da dirci lui.
È quello che mi colpisce nel Vangelo dei due figli. Il padre chiede a entrambi di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde: «Non ne ho voglia». Almeno è sincero! Poi, però, cambia idea e va. L’altro risponde subito di sì, ma alla fine non va. Gesù ci conosce bene: sa che non sempre siamo pronti, che a volte la prima risposta che abbiamo dentro è un ‘no’. Ma quel ‘no’ non deve per forza essere l’ultima parola. Possiamo lasciarci raggiungere dalla parola del Padre e fare un passo.
Dopo sette anni qui, anche per me partire è un passo che costa. Non si va via da una parrocchia come si lascia un posto qualunque. Qui ci sono volti, legami, storie che conosco; qui c’è una parte importante della mia vita.
Poco dopo il colloquio con il vescovo sul mio trasferimento, durante una Messa, ho ascoltato queste parole di Gesù: «Bisogna che io annunzi il regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato». Mi hanno colpito profondamente. Ho sentito che il Signore, attraverso quella Parola, mi aiutava ad accogliere il passo che mi veniva chiesto. Il Vangelo che ho cercato di annunciare qui in questi anni ora sono chiamato ad annunciarlo anche altrove.
Oggi, però, prima di parlare della partenza, voglio fermarmi con voi su questi sette anni. Se penso a tutto quello che vorrei dire, mi accorgo che le parole sono tante. Ma ce n’è una che viene prima delle altre: GRATITUDINE. Infatti, nella Scrittura, il settimo giorno è il giorno in cui Dio si ferma e guarda ciò che ha fatto. Oggi vorrei fermarmi anch’io e guardare con voi quello che abbiamo vissuto. Non perché sia stato tutto facile o perfetto. Ci sono stati giorni belli e giorni difficili. E proprio guardando tutta la storia, senza togliere niente, mi viene da ringraziare il Signore.
Lo ringrazio, innanzitutto, perché mi ha portato in questa parrocchia dedicata all’Immacolata Concezione. Sono arrivato in Italia la mattina dell’8 dicembre 2010. Allora non sapevo che un giorno sarei venuto qui. Oggi penso a quella data e penso alla Vergine Maria: sento che in questi anni mi ha accompagnato, sostenuto e difeso. A lei affido il mio grazie. E a lei affido anche voi.
Ringrazio tutte le persone che hanno collaborato più da vicino con me. Abbiamo cercato insieme il bene della parrocchia, dei ragazzi, delle famiglie, degli anziani. Abbiamo condiviso lavoro, certo, ma anche idee, preoccupazioni, qualche discussione, tanta vita. Grazie per aver camminato con me e per il bene che avete voluto a questa comunità.
Ringrazio in modo particolare i giovani e i bambini. A voi ho dedicato gran parte del mio tempo; oggi posso dirvi che quel tempo ha fatto crescere anche me. Stando con voi ho scoperto un po’ alla volta che cosa significa essere padre nella fede. Mi avete aiutato a diventare prete e avete confermato la mia vocazione. Forse non ve ne siete nemmeno accorti, ma attraverso di voi il Signore mi ha fatto capire tante volte: “È qui che voglio che tu sia”.
Ringrazio il Cammino Neocatecumenale, dal quale vengo e di cui faccio parte. Mi avete sostenuto nella fede e mi avete incoraggiato. Vi sono davvero grato: che il Signore vi ripaghi. E grazie a tutti coloro che, in modi diversi, hanno contribuito alla mia crescita spirituale e personale.
Ringrazio tutti i parrocchiani. Quelli che mi hanno voluto bene: l’ho sentito, e il vostro affetto viene via con me. E ringrazio anche quelli con cui magari non è stato sempre facile capirsi. In sette anni, come in ogni famiglia, ci sono stati momenti belli e qualche incomprensione, qualche chiacchiera, qualche parola che ha fatto male. Anche queste cose mi hanno fatto crescere. Da parte mia, se ho ferito qualcuno, se non ho saputo ascoltarlo o essergli vicino come avrebbe avuto bisogno, oggi gli chiedo perdono.
C’è poi un tempo che non posso dimenticare: l’anno della mia malattia. Ringrazio tutte le persone che si sono fatte per me buoni samaritani, standomi accanto e prendendosi cura di me. E ringrazio chi mi ha accompagnato con la preghiera. Quando si è fragili, si comprende in modo nuovo quanto sia prezioso sapere che qualcuno c’è. Io l’ho sentito, e ve ne sono grato.
Ringrazio i sacerdoti con i quali ho condiviso il cammino: don Andrea, don Piero, don Steven, don Pierandrea, parroco di Santa Croce, don Alain e don Grzegorz, don Gianfranco, parroco di Villa Potenza. Ricordo con gratitudine anche quelli che sono passati in questi anni: don Luca Poli, don Sergio e don Antonino. Da ciascuno ho ricevuto qualcosa.
A don Andrea voglio dire grazie in modo speciale. Mi hai sostenuto e incoraggiato. Ti ringrazio per la tua generosità e per la sensibilità con cui hai affrontato tante difficoltà e problemi complessi, miei e della parrocchia. E grazie a don Piero. A prima vista può sembrare un po’ burbero. Io lo chiamo caporale! Ma ho conosciuto la sua saggezza e il suo cuore grande. Lo vedevo come uno scriba: uno che si alza presto per cercare il Signore, apre la chiesa e accoglie le persone. Don Piero, guardando la tua fedeltà nelle cose di ogni giorno, ho imparato tanto.
Anche a tutti voi sacerdoti chiedo perdono per le litigate e per i momenti di stress che posso avervi causato. D’altra parte, tra fratelli qualche volta si discute. La cosa bella è poter continuare a camminare insieme.
Vorrei dire una cosa che per me conta molto: in questa parrocchia sono diventato prete. Qui ho mosso i miei primi passi. Qui ho imparato ad ascoltare le persone, a stare vicino a chi soffre, a condividere le gioie degli altri. Ho imparato anche dai miei errori, dalle cose che non sono riuscito a fare e dalle persone che hanno avuto pazienza con me.
Qui abbiamo attraversato insieme il tempo del COVID. È stata una sfida enorme per tutti, e per me personalmente è stato il tempo più duro. Ricordo la paura, la solitudine, le famiglie segnate dalla malattia, chi ha dovuto salutare una persona cara in condizioni che nessuno avrebbe mai immaginato. Cercare di accompagnarvi in quel tempo mi ha segnato profondamente. Mi ha fatto crescere; mi ha reso più robusto, anche spiritualmente.
Il vicario mi ha detto che a Tolentino troverò un’unità pastorale complessa. Può darsi! Ma non parto con paura. Porto con me quello che ho imparato qui: che il Signore ci dà la forza di attraversare anche i tempi difficili e che nessuno può essere prete da solo. Anche per questo vi ringrazio.
Prima di concludere, vorrei lasciare a voi una parola della seconda lettura. San Paolo dice: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Ci chiede di non agire per rivalità, di non cercare la vanagloria, di rimanere uniti nella carità. Mi sembra una parola di cui abbiamo bisogno proprio adesso.
La Chiesa sta attraversando un tempo difficile. I sacerdoti sono meno, la fede di tante persone è fragile e molti, guardando la Chiesa, non riescono a vedere il Vangelo di Cristo risorto. Per questo, fratelli e sorelle, tenetevi stretti. Cercate la comunione, anche quando richiede pazienza. Lavorate insieme. Non state a misurare chi fa di più, chi ha più persone intorno, chi riesce ad avere più ragazzi.
Se qualcuno sa fare bene una cosa, riconoscetelo, lasciategli spazio, incoraggiatelo. Il bene che fa uno è un bene per tutti.
Vi ricordate i capponi di Renzo nei Promessi sposi? Renzo li porta legati per le zampe, a testa in giù. Sono tutti nella stessa situazione, ma mentre lui li scuote camminando, loro si beccano tra loro. Manzoni dice che spesso succede così tra compagni di sventura. Ecco: non facciamo la fine dei capponi di Renzo. Abbiamo già tante fatiche da affrontare; non feriamoci anche tra di noi. Aiutiamoci, facciamo spazio gli uni agli altri, lavoriamo insieme nella vigna del Signore.
Alla fine, vorrei lasciarvi un piccolo testamento. È quello che ho cercato di predicare in tutti questi anni. Se un giorno vi dimenticherete tante cose che ho detto o fatto, spero che vi rimanga questo: Dio ti ama.
Gesù Cristo si è incarnato per amore tuo. Dio si è fatto uomo, si è messo nei tuoi panni. Ha conosciuto la fatica, il dolore, le lacrime. Ha vissuto la Passione, è morto ed è risorto per te. Dio non è indifferente alle tue sofferenze. Non guarda da lontano quello che stai vivendo. Ti viene vicino proprio lì, anche dove ti sembra che nessuno possa raggiungerti. Ti cerca, vuole salvarti, vuole donarti la vita eterna.
Ecco la risposta di tutti i tuoi “perché?”. Tutta la storia ci porta ad incarnare questa Parola: Tu e Cristo una cosa sola, Cristo che vive in te, non sei più tu che decidi ma Cristo ti dice cosa fare. Cristo parlante, a cui puoi chiedere: “cosa vuoi da me?” E Cristo ti risponde, e ti guida, ti dà una missione. Certamente ci saranno sofferenze, certamente, è chiaro che si soffre. Ma si soffre molto di più senza Cristo.
Questo è ciò che desidero per voi: che possiate conoscere Cristo, parlargli, ascoltarlo e lasciarvi guidare da lui. Che ciascuno possa scoprire la missione che il Signore gli affida. E che impariamo tutti, giorno dopo giorno, la felicità che lui ci ha mostrato: amare come lui ha amato. Amare chi ci è vicino. Prenderci cura di chi soffre. Perdonarci quando ci feriamo. Ricominciare. La radice della felicità è questa: amare, amare.
Questo è il Vangelo che ho cercato di annunciarvi qui e che porterò con me a Tolentino. Ve lo affido con tutto il cuore.
