Frammenti – il postmoderno spiegato ai cattolici e ai loro parroci: recensione

Pubblicato giorno 28 novembre 2020 - In home page

amatteo

Armando Matteo, Il postmoderno spiegato ai cattolici e ai loro parroci – prima lezione di teologia urbana, – edizioni messaggero, 2018

A livello di sensibilità diffusa, la fede è qualcosa che va bene per i bambini e per i grandi anziani. Non è roba da giovani e neppure da adulti. Di fronte a questa situazione, si può cedere o reagire.Non pochi cattolici e non pochi parroci si sono dati, in vario modo, per sconfitti.

La proposta positiva e urgente, dell’autore del libro, è quella di prendersi e di donarsi autenticamente del tempo, per pensare, capire, amare questa nostra epoca postmoderna.

Il postmoderno è l’avvento di una nuova descrizione e di un inedito apprezzamento del mondo e delle cose del mondo. Per il postmoderno, la vita non è fatta di sacrifici, ma di opportunità, di occasioni. La chiesa è accomunata alle altre istituzioni umane e alla fallibilità di tutto ciò che è umano. Nella città postmoderna, la fede è sempre meno percepita come determinante, per una vita buona. Allora, non si tratta di fare aggiustamenti nella pastorale, ma di dare vita a un nuovo modo di annunciare e di vivere il cristianesimo.

Serve un nuovo modo di esprimere e di vivere la fede nel Signore Gesù, che abbia la fisionomia di un poliedro. Il vangelo ha una proposta valida anche per l’uomo del tempo attuale e si addice anche alla città postmoderna, ma bisogna convincersi che è finita la pastorale del cambiamento. Ci si deve concentrare, su un autentico cambiamento di pastorale. Oggi è sempre più condivisa l’idea che l’esperienza del credere non è per gli adulti e, di conseguenza, non è per i giovani. Come dare, allora, al mondo, adulti che credono?

La cultura diffusa registra, negli adulti, in genere, uno spaventoso giovanilismo. Si avverte l’urgenza di risvegliare e corroborare, nelle persone adulte, la loro specifica vocazione all’adultità. D’altra parte, senza “veri” adulti, è impossibile che i valori cristiani possano penetrare nella cultura urbana e permearla positivamente.

L’adulto che non interpreta la sua condizione di vita secondo una logica di generatività, di responsabilità, di trasmissione della vita e del mondo alle nuove generazioni, viene afferrato da sentimenti di “immortalismo” e di “insostituibilità”, da caratteri di “quasi divinità”, da narcisismo.

E’ il momento di far riscoprire, agli adulti, la verità e la bellezza della loro età, del loro essere, pur segnato dalla fragilità, dall’invecchiamento, dal destino mortale. Il teologo Pierangelo Sequeri indica, nella domanda “per chi sono io?” (che ogni adulto si deve porre, al posto di quella: ”chi sono io?”) il sentiero principale, per corrispondere alla nativa vocazione generativa di ogni essere umano.

È necessario recuperare il senso e il valore della preghiera , come incontro, tra Dio e l’uomo. Al n.73 della  Evangelii Gaudium, il papa indica proprio l’esperienza della preghiera, come stella polare della conversione pastorale missionaria. Papa Francesco chiede, però, di immaginare spazi di preghiera e di comunione, con caratteristiche innovative, più attraenti e più significative, di quelle normalmente proposte.

Al n. 87 della EG, papa Francesco invita, inoltre, a scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, a fare, di quello ecclesiale, uno spazio di comunione vera, vivibile e visibile, nella quale sia possibile ospitare la diversità, far dialogare le generazioni, celebrare la vita, in tutte le sue fasi e le sue età. In questi spazi, il cittadino postmoderno potrebbe riscoprire e lasciarsi inondare dalla “grande gioia di credere”.

Ma come si può, oggi, con le convinzioni diffuse, riuscire a trasmettere la desiderabilità della fede cristiana agli adulti e ai giovani del nostro tempo?

L’autore del libro afferma con forza che non c’è da attivarsi, per moltiplicare le iniziative, che, data la mentalità diffusa, potrebbero non essere accolte, ma si devono cercare, studiare, definire e avviare processi, che egli esemplifica e sintetizza in tre atteggiamenti nuovi:

  1. Comunicare la gioia della fede – all’inizio dell’essere cristiani non c’è una decisione etica, neppure la scelta di norme morali di comportamento da seguire, o una grande idea, ma c’è un incontro con la persona di Gesù, che dà, alla vita, un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva.
  2. La festa – una comunità che si ritrova intorno alla gioia di credere non può che essere una comunità di festa. È proprio la categoria della festa che può assicurare l’avvio di un processo di rinnovamento della qualità della preghiera liturgica della parrocchia, delle associazioni, dei movimenti. Il primo carattere della festa è il tratto comunitario. Non si fa festa da soli. La festa offre un’esperienza del tempo del tutto originale: è fatta di attesa e di preparazione, permette di “umanizzare” e arricchire il tempo in cui si svolge.
  3. La mitezza – sembra non più differibile avviare la crescita di un cristianesimo come scuola di mitezza, che non è sinonimo di debolezza, nè di rinuncia. Al mondo, che fin dall’inizio è luogo di inimicizia e di odio, alla città, oggi come non mai teatro di tante forme di violenza privata e pubblica, Gesù propone un altro stile: la mitezza, che lui praticava con i suoi discepoli. I miti sono chiamati da lui “beati“ e sperano nel Signore. Gli uomini che sperano nel Signore non sono perdenti e sconfitti: Gesù dice che possederanno la terra e godranno di grande pace.

S.C.

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