Tra gli Altri #7 – La mistica della fraternità (II)

Pubblicato giorno 25 maggio 2018 - In home page

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L’umanesimo della concretezza è un invito alla riscoperta della socialità; questo non significa negare la singolarità, la quale è concreta perché cum-cresce, ossia è aperta alla relazione: il singolo non è il particolare e la persona non è l’individuo il quale, invece, nella sua pretesa autonomia, è astratto ed ottuso.

Il compito della Chiesa italiana è quello di portare avanti quella modernità che pure si è contribuito a far nascere. Se sintetizziamo la modernità con il proclama “liberté, egalité, fraternité“, notiamo che la libertà e l’uguaglianza possono trovare, e di fatto hanno trovato, una traduzione in diritti e obblighi giuridici. Per la fraternità ciò non è, invece, possibile; essa può essere solo una sensibilità morale ed umana non decretabile per legge. Essa è l’arte del convivere quotidiano e, su questo punto, la modernità è rimasta incompiuta ed è qui che il vissuto ecclesiale, l’essere “tra gli altri” dei battezzati, può diventare testimonianza per tutti, contributo alla realizzazione del suo progetto. “L’amore – caritas – sarà sempre necessario, anche nella società più giusta (…). Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore” (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 28). Le stesse istituzioni ecclesiastiche caritative devono non solo guardarsi dal monopolizzare la carità facendone un’attività aziendale e impersonale, ma favorire, suscitare e nutrire il senso di responsabilità personale della carità e della giustizia.

Il noi ecclesiale è ben delineato nella categoria “Popolo di Dio” che è presente 72 volte nei documenti conciliari e 39 volte nella sola Lumen Gentium. La categoria “Popolo di Dio” dice che il noi ecclesiale è prioritario rispetto alla diversità dei ministeri e carismi.

Il papa, al Convegno nazionale della Chiesa italiana tenutosi a Firenze, ci ha dato il compito di riflettere in modo sinodale sulla Evangelii Gaudium. Vorrei qui avviare appena quel compito. Egli si serve con molta parsimonia del concetto di mistica. Nell’esortazione lo utilizza solo sei volte e due di queste sono incidentali; le altre quattro sono in relazione all’arte della convivenza, alla fraternità. Ciò suggerisce che il criterio distintivo dell’autentica spiritualità non è allora la sua sacralità, ma la sua corporeità: “il corpo è il volto dell’altro, la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo” (Evangelii Gaudium, n. 88). La mistica della fraternità è l’umanesimo della concretezza e l’apporto indispensabile che la Chiesa può dare alla ripresa del progetto della modernità. Diversamente, l’individualismo renderà fragile ogni lotta per la libertà e l’uguaglianza.

FG

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