Tra gli altri #9 – La mistica della fraternità (IV)

Pubblicato giorno 16 novembre 2018 - In home page

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Mistica della fraternità in atto: il sogno di un sinodo diocesano permanente

Papa Francesco è senza dubbio un dono per la Chiesa; tuttavia va superata una tentazione: la grandezza del coraggio di papa Francesco rischia un episcopato che, pago del nuovo vescovo di Roma, gli concede il superpallio mediatico, ma lascia solo a lui il rinnovamento; magari con la scusa di attendere indicazioni più precise. Il Vaticano II è stato già un imponente evento riformatore, ma debole è stata invece l’attuazione del Concilio per quel che riguarda le strutture portanti dell’istituzione ecclesiastica. Insomma, il diritto canonico non ha dato strumenti per l’attivazione della collegialità episcopale e per sostenere un ruolo attivamente responsabile del popolo di Dio nel governo della Chiesa. Soffermandomi solo su questo ultimo punto, cito ad esempio ed ancora una volta l’organo previsto da Apostolicam Actuositatem n. 26, un senato laicale di livello nazionale che avrebbe potuto sostenere la CEI nella lettura dei segni dei tempi e che, invece, non è mai stato costituito. Mi chiedo ora: come fare per superare la bulimia delle parole, dei bei discorsi? Come vincere la tentazione dell’agnosticismo?

Attualmente il Sinodo diocesano è un evento eccezionale lasciato al libero giudizio del vescovo e normato dal can. 460 del Codice di diritto canonico e seguenti. Esso potrebbe invece diventare un organo permanente che, una volta costituito nelle modalità da dettagliare, potrebbe operare per il bene della diocesi. Esso, a differenza del consiglio pastorale che non è neppure obbligatorio, sarebbe più rappresentativo; il potere legislativo rimarrebbe naturalmente in capo al vescovo, ma una maggiore collegialità consultiva ridurrebbe la sua solitudine. Nel Sinodo permanente andrebbero a convergere tutti i problemi di rilevanza della Chiesa particolare e lì si potrebbero dare degli indirizzi. Una ricaduta benefica si avrebbe anche nella curia, la quale rischia sempre di costituirsi come un cerchio magico ed impenetrabile, non di rado incomprensibile nell’operato. Mentre a livello di riflessione teologica si insiste sul concetto di sinodalità, in realtà l’impostazione reale e giuridica dispone un rigido schema gerarchico. Sono ridotti i momenti di reale dibattito, di unità delle varie sensibilità e spiritualità; la sola decisione gerarchica non può riuscire, al di là delle buone volontà, a creare fraterna corresponsabilità. L’introduzione del Sinodo permanente come organo di comunione con il vescovo attenuerebbe l’impostazione gerarchica. Si potrebbe anche liberare il vescovo da funzioni meramente esecutive trasformando l’Ente diocesi in Ente autonomo con propri organismi di gestione e sganciato dalle funzioni di santificazione ed insegnamento per essere invece gestito da laici/laiche capaci di occuparsi delle incombenze materiali. Esistono già esempi di tale possibilità, per esempio le fabbricerie di molte chiese cattedrali e affini. Si tratta di fare chiarezza tra esigenze strutturali e scelte pastorali: a volte si fa qualcosa, o non si fa qualcosa, apparentemente per necessità finanziaria, ma in realtà è per una scelta pastorale non esplicitata.

Papa Francesco nel discorso tenuto in occasione del 50° dalla istituzione del Sinodo dei vescovi ha indicato nella sinodalità il compito della Chiesa del terzo millennio; ma già Giovanni Paolo II aveva fatto altrettanto nella Novo millennio ineunte. Fino a quando saremo ancora disposti ad applaudire il primo ed a osannare il secondo senza arrischiarci a raccogliere il loro invito?

FG

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