Young Report #9 – Cosa porta frutto?

Pubblicato giorno 9 maggio 2018 - In home page

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Vocazione deriva dal latino “vocatus”, ovvero “chiamato”. È proprio su questo termine che, in questo anno liturgico, noi educatori delle superiori abbiamo incentrato gli incontri dei ragazzi dal secondo al quinto superiore.
In ogni momento della vita, l’uomo si chiede chi egli sia e quale sia il senso del proprio vivere, del proprio esistere. Ci si sente spesso smarriti, disorientati, confusi di fronte a questo quesito; sembra impossibile trovare una risposta, trovare una strada, vedere una luce che guidi verso casa, verso il luogo più familiare, più accogliente, più proprio dove sentirsi amati così come si è. Vocazione è trovare la propria casa, trovare il proprio posto nel mondo, quel posto dove sentirsi se stessi, con pregi, difetti, punti di forza e fragilità.

In questa ultima parte del percorso vocazionale, i ragazzi sono stati invitati a riflettere su un sentimento, che la Chiesa chiama “peccato capitale”: l’accidia. L’accidia è ciò che paralizza, quel sentimento che non permette di scegliere, quel sentimento che fa sostare nel limbo, che non fa prendere una decisione, una posizione. È quella paura paralizzante che non lascia la possibilità di vivere una qualsiasi relazione per timore che possa andare male, per timore che si possa soffrire, per timore di non essere abbastanza o di non essere in grado. È quel sentimento paralizzante che porta l’uomo a cadere nei due estremi opposti: la “sindrome dell’agenda piena”, ovvero il sovraccaricarsi di pesi, relazioni e impegni futili che ci distraggono dallo scendere in contatto con noi stessi, e l’apatia, il non avere voglia di vivere, di fare niente, di reagire. Tutto ciò blocca, anestetizza, non ci rende vivi fino in fondo.

Ma a questo c’è una soluzione: Dio ci dà una soluzione. Egli è il viticoltore, Gesù è la vite e noi siamo i tralci. Dio ci permette di uscire dall’apatia puntando tutto sulla differenza tra due verbi: tagliare e potare. L’azione è la stessa, ma il taglio è radicale, è definitivo, è qualcosa che ormai è secco e da cui non può nascere nulla di nuovo; la potatura, invece, è un taglio fatto con amore, con la consapevolezza che il marcio non c’è, ma che c’è ancora linfa che scorre e, grazie ad essa, un nuovo frutto può rinascere.
I ragazzi hanno riflettuto su questo: ci sono cose nella mia vita da tagliare? Ci sono, invece, cose che nella vita possono portare ancora frutto?
A che serve tutto questo? Serve a trovare una direzione a questa vita: nel caos, nei disordini che fanno parte di noi, si ha bisogno di una regola, una regola di vita che guidi il proprio cammino.
Questo è l’obiettivo di questo percorso, una fine che non è una fine, ma l’inizio di qualcosa di più grande che aiuterà i ragazzi a condurre la propria vita camminando con un buon amico: Gesù.

LM

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